Francky Criquet pittore visionario e selvaggio
Francky Criquet pittore visionario e selvaggio
Dal 12 marzo al 16 aprile 2011

inaugurazione sabato 12 marzo alle ore 18.00
dal mercoledi' alla domenica
orari: 10.00-12.00 / 16.00-19.00
info: 335 6166605

Che esista il vero è una delle più grandi illusioni della cultura occidentale e intorno a questa illusione sono stati configurati alcuni dei caratteri fondamentali della nostra società: non solo il concetto di diritto, l’idea di progresso, il primato della ragione, ma anche le diverse forme di linguaggio, sia mediatico che artistico.
Il principio del vero e la sua derivata figura retorica, la verità, hanno esercitato una tirannia totale sulla concezione dell’arte occidentale fin dalle sue origini.
René Guénon aveva già enunciato con chiarezza, in un suo scritto del 1921, come quello che egli chiamava “il pregiudizio classico”, avesse impedito all’Occidente di prendere coscienza del valore delle altre civiltà e del fatto che l’affermazione del primato della nostra cultura sulle altre, fosse un errore irreparabile e la causa di una incomprensione totale tra Occidente e Oriente.
Scriveva allora Guènon: “Nessuno, senza eccezione, è mai stato più lontano degli orientali dall’avere, come l’antichità greco-romana, il culto della natura, poiché la natura non è mai stata per essi che il mondo delle apparenze; senza dubbio anche tali apparenze hanno una realtà, ma è una realtà transitoria e non permanente, contingente e non universale.
Così il “naturalismo”, in tutte le sue forme, costituisce, per uomini che potremmo dire metafisici per temperamento, solo una deviazione, se non addirittura una vera e
propria mostruosità intellettuale.
Partendo da un presupposto del genere crollerebbe uno dei fondamenti della pittura europea nella sua storia millenaria: l’idea che la pittura possa in qualche modo “rappresentare”, per non dire raffigurare e descrivere la realtà, il mondo fisico nei suoi aspetti e nelle sue forme “oggettive”, come queste sembrano presentarsi ai nostri occhi senza dubbio. Gran parte dell’arte moderna deriva da questo crollo.
In effetti la critica letteraria, ben prima di quella artistica, aveva fatto giustizia di questa convenzione: l’arte non è una imitazione, la letteratura non è una imitazione attraverso il linguaggio, la pittura non è imitazione attraverso l’immagine, ma sono ambedue una finzione.
In modi diversi l’arte moderna è arrivata a questa affermazione: “l’arte è menzogna”, detta da Pablo Picasso, ha trovato una elaborazione teorica nella critica prodotta dallo strutturalismo francese, a partire dalla metà del Novecento.
Alcuni critici hanno gabellato una delle correnti maggiori del secondo Novecento, l’iperrealismo, come declinazione critica estrema al concetto mimesi, mentre questa corrente, sia in pittura che in scultura e nelle sue varianti dell’iperfotografismo e dello sharp focus realism non aggiungeva nulla di nuovo a quanto già annunciato dalla Pop Art, nell’uso delle immagini prodotte dalla comunicazione di massa.
Francky Criquet non è certo un artista che abbia fatto del concetto di “mimesi” il fondamento della suo linguaggio: pittore e scultore appartiene piuttosto a quella linea
dell’arte europea che, da Goya a Francis Bacon, ha scelto un linguaggio visionario come forma di espressione del proprio rapporto con il mondo.

Il mondo figurale di Criquet appare popolato di Centauri, Minotauri, Icari, uomini, donne, bestie, dei, quasi sopravvissuti a una catastrofe apocalittica di cui non si riesce a spiegare l’origine.
Quella di Criquet è come l’alba mitologica di un mondo del quale solo l’autore - come un nuovo demiurgo - conosce la chiave.
Parallelamente le sue figure, i personaggi di questa sua mitologia, sembrano provenire da un tempo primordiale secondo riti di cui l’uomo, cosiddetto civilizzato,
pare aver perduto la memoria e la funzione e che tuttavia mantengono inalterata la loro crudele origine.
Nella scultura questo procedimento appare evidente, con una crudezza che toglie spazio ad ogni ambiguità estetica: il Feticcio rosso, trafitto di chiodi, si pone infatti
come l’emblema di un rito comine alle culture mediterranee e africane, inteso a colpire attraverso la bambola, il simulacro della persona simboleggiata. E tuttavia un velo di ironia tragica pare trasparire da queste figure, come se l’autore cercasse di porre, attraverso l’ironia, una sorte di distanza tra il “se stesso” e l’emozione del mondo.
Le opere di Criquet rimandano alle profonde origini antropologiche dell’arte, prima che questa divenisse, nella cultura occidentale, un genere autonomo di espressione del pensiero, poi codificato dall’estetica filosofica. E riconducono, le sue figure e sculture, a quell’origine rituale e sacra dell’arte, che la cultura occidentale, dal Rinascimento, aveva negato.
Tutta l’arte moderna, a partire dal Fauvismo e dal Cubismo, si è fondata sul rifiuto del primato della tradizione classica e sulla riappropriazione del carattere rituale dell’arte, comune all’arte della preistoria e a quella dei popoli cosiddetti primitivi.
Il legame profondo tra le statuette del paleolitico, come la “Venere di Willendorf ”, e le sculture tribali africane, nel loro carattere mitici rituale, risalta nell’interesse verso l’arte primitiva che, dalla fine dell’ottocento, caratterizza la ricerca artistica e si unisce al tema della fuga dalla civiltà europea, a partire da quella di Paul Gauguin a Tahiti nel 1891-93, fino alla missione etnografica Dakar-Djibouti del 1931-33, diretta da Marcel Griaule, a cui partecipò Michel Leiris e che fu celebrata dai Surrealisti in uno storico numero della rivista “Minotaure”.
Criquet annuncia questo legame con il carattere rituale dell’arte, alle origini, soprattutto nella scultura: come nel Surrealismo la riscoperta dell’arte tribale si univa ad una nuova concezione del linguaggio artistico, così nel lavoro di Criquet la presenza di immagini tra loro contraddittorie ripropone quel “metodo analogico” che Andrè
Breton aveva posto alla base della propria scrittura poetica.
Breton aveva segnalato come “Il metodo analogico, tenuto in grande considerazione nell’antichità e nel Medioevo” era stato poi “grossolanamente soppiantato dal metodo < logico > che ci ha condotti a un ben noto vicolo cieco.” (A. Breton, Segno ascendente, 1947).

Ebbene il metodo analogico, che sta alla base del linguaggio nelle culture figurali delle società cosiddette primitive, riscoperto dai Surrealisti, appare evidente anche nelle opere di Criquet: nelle sue sculture,(un corpo azzurro nudo di donna ha la testa feroce di un felino), come nelle sue tele si assiste a una continua metamorfosi, dal bestiale all’umano. La metamorfosi che in fisica significa “un cambiamento di forma o struttura per allotropia o costituzione molecolare”, assume il significato di “trasformazione” con il poema di Ovidio, le Metamorfosi, una raccolta di storie miracolose di trasformazioni tratte dalla mitologia greca, tra cui quelle celebri di Eco e Narciso, Perseo e Andromeda, Orfeo e Euridice, Venere e Adone, Polifemo e Galatea.
Ma Criquet sembra rifuggire l’illustrazione di tono “neoclassico” che tanto ha pervaso la pittura di ispirazione mitologica dall’ Ottocento in poi; egli piuttosto
contamina il mito greco con gli accenti africani, i ritmi tribali, e concepisce la classicità come un ritorno a un “selvaggio primigenio”.
Così i suoi grandi nudi femminili, attestati nella ricca produzione di disegni a larghe campiture di colore e biacca, narrano di antiche Veneri giganti, montagne di carne dalla testa glabra e piccola, e delle loro storie la mitografia di Crquet sembra dunque contaminare diversi mondi e diverse culture secondo quel principio analogico che fu affermato dal Surrealismo, e i riferimenti del suo linguaggio corrono naturalmente da Picasso al Gruppo Cobra, dall’antico al moderno, da Max Ernst a Dubuffet, senza mai cadere nella citazione, ma con una forte attrazione tematica.

  Alla fine, guardando i suoi quadri e le sue sculture, vengono alla mente quei versi di
GUILLAUME APOLLINAIRE, eletti da A. BRETON a simbolo della poesia.

TA LANGUE
LE POISSON ROUGE DANS LE BOCAL
DE TA VOIX

La tua lingua
Pesce rosso nell’acquario
della tua voce.

E sono versi che rendono bene il senso magico della sua pittura
 

Marco Fagioli



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